UNA DIGNITA' SUPERIORE

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UNA DIGNITA' SUPERIORE

Messaggioda syt » mar feb 16, 2010 12:52 am

I genitori aspettano il periodo della mietitura dei figli, da lontano li lasciano passare sotto i propri occhi più veloci dei pensieri. Non si fanno distinzioni, non si formulano effetti spettacolari, non si confezionano arabesque. Siamo solo i figli dei Vangeli. Il nostro senso di colpa ci attanaglia sempre, fin sotto le lenzuola, un falso messaggio che porta in rotta una famiglia. Sana sinora. Tutto per il passare di quella ragazza, un profumo passeggero, che la mia vita ha sfiorato, forse più nelle idee stimolate da questo forte brusio dell’occhio lontano. Speravo di essere normale, per generazioni la mia famiglia ha ereditato la giusta competenza nella cura delle piante. Il vivaio è un insieme di persone non piante con le radici dure e ancorate alla terra polverosa. Possono forse stimare il tempo di semina verso le stagioni miti, ma voglio sollevarmi dall’incarico. Lascio nelle miei memorie alcuni momenti scritti con la mia tiepida mano, la lingua li pronuncia in maniera marcata. Le lenzuola le voglio nere come la pece. I bicchieri dei commensali impolverati e pieni di sarcastico vino. Con un tono di voce porto tutto fuori, sciolgo i suoi capelli e provo tutta la meraviglia in volto nel guardarla. Il naso, gli occhi, gli zigomi alti e la bocca. Non basta guardarla, è un’antica sfumatura di stile, le sue mani i prolungamento della sua deliziosa bellezza. Lei è un dono. Lei è una grazia. Ho in mano una Polaroid, un cono d’ombra mi permette di tagliare la luce sul suo volto, ce l’ho lì davanti. Voglio fotografarla, che m’importa, vedo in lei l’unica femmina. Lei è incosciente, è essenziale per me, il suo modo di fare, di guardarmi, ride solo a fissare la camera. Non ha vizi, è solo appoggiata alla parete e resta lì sotto le luci dei fari, senza che nemmeno si voltino a sussurrarle quanto sia bella.
Sotto la coprirei di diamanti. La prima volta l’ho vista in un bar, seduta in salottino mentre scambiava bisbigli con le amiche. Mi sono avvicinato a lei e le ho chiesto se era disposta a fare delle foto. All’improvviso piegò la testa all’indietro. Come se fossi l’unico scemo a cercare qualcosa. Avrei voluto chiederle un pompino ma avevo l’auto parcheggiata troppo lontana e camminare in silenzio immaginando tutto il resto era una forza che poteva spingere a saltare. Andammo così al ponte, scavalcammo la ringhiera di ferro, giusto per sporgersi un po’. E ci lasciammo dondolare. Il voler sprofondare nelle acque del Tevere era così inebriante. Affondare lentamente senza gridare, restando impuniti in una notte da scandalo. Ma ci addormentammo. Quella sera spingemmo troppo sull’acceleratore, un gesto a volte può bastare ma la vita ci riserba sempre di più. Di allontanarci dai giardini per esseri felici, non se ne parlava, restammo sdraiati a leggere le stelle. Ma ad un certo punto ci mettemmo ad ascoltare il rumore proveniente da una finestra. Qualcosa gridarono ma Dio mi aveva riservato una colpa terribile. Guardai lei e feci un sogno, volevo stare immobile e non fare rumore. Doveva essere tremendo per me rientrare a vivere la storia di sempre. Ad esser il padre di Fabio e a mietere depressioni e malattie. Speravo non facesse rumore ma la mia gamba si mosse. Doveva essere un passeggero momento di risanamento psichico, ma non accadde. Sentii i passi di mio figlio, col cuore in mano lì dinanzi la porta.
Quando ero in giardino fingevo di restare immobile, ma avevo il viso chino e gli occhi rossi di pianto. Volevo restare al riparo da qualsiasi fallimento. Una certa infelicità sembra normale ma mi sfiora il fatto che l’istinto mi porti ad un inesatto controllo della normalità. Le cose vanno avanti da sé, i preti portano avanti la parola di Dio. Io porto avanti un cammino di dignità e un avviso che tutti gli uomini siano sempre una mano forte sulla spalla del figlio. E quel giorno continuai a camminare.



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